Ben Affleck

George Pimentel/WireImage.com

È improbabile che l’ultima avventura di Ben Affleck sul piccolo schermo diventerà virale, ma lui spera che genererà tanta pubblicità quanto quella in cui bacia Jimmy Kimmel.

L’attore attivista, che in maggio è tornato dal suo terzo viaggio in otto mesi in Congo, apparirà in un documentario speciale di Nightline per portare  l'attenzione a livello mondiale su questa regione spesso trascurata, ma terribilmente devastata.

"È normale essere scettici nei confronti dell’attivismo da parte delle celebrità”, ha scritto Affleck in un resoconto online del suo viaggio. "C’è sempre il sospetto che l’impegno in una causa giovi di più al portavoce che alla causa che questo sta appoggiando”.

Affleck, tuttavia, invita i telespettatori a guardare oltre qualsiasi idea abbiano sul suo coinvolgimento nel progetto e a diventare semplicemente consapevoli delle difficoltà della nazione.

“Più di 4 milioni di persone sono morte nei conflitti o per cause legate ai conflitti”, ha detto l’attore, 35 anni, a Good Morning America. “Sospetto che molti non ne siano al corrente, ma che se lo fossero, avrebbero un’opinione diversa.

“In parte questi viaggi mi sono serviti come lezione. Non pensavo onestamente di poter fare qualcosa finché non ho capito la situazione”.

Durante i suoi viaggi, Affleck ha conosciuto persone da ogni parte del conflitto, visitando campi profughi, ospedali, miniere d’oro, centri ONU “di sensibilizzazione”, che hanno lo scopo di rieducare i membri particolarmente feroci della milizia, e parlando con soccorritori, guerrieri bambini e signori della guerra.

“Non credo sia un problema intrattabile”, ha detto. “È ampiamente ignorato in certi settori…certamente in Occidente è considerato un problema meno importante di altri”.

L’obiettivo di Affleck, tuttavia, non è semplicemente di portare le difficoltà del Congo in cima alla lista americana di problemi da risolvere, ma di “creare un senso più ampio di solidarietà con la gente di questo paese”.

“Io non credo che viviamo inscatolati, separati dagli altri da confini immaginari”, ha scritto. “Il Congo è un posto che merita, per lo meno, i nostri occhi e le nostre orecchie”.

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